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Risposta al direttore di "Sport Week" (inserto de "La Gazzetta dello Sport")
di Josefa Idem
Caro Direttore,
Grazie per gli auguri in occasione del mio compleanno e anche per queste
righe così sincere.
Sì, ricordo bene come anno scorso sono passata dal suo ufficio e
come ancora in quel momento non sia stata in grado di non parlare del "caso
GH".
Da sempre sono convinta che lo sport bisogna farlo pulito e, al di là
dell'incredulità di sentirmi accusata di un comportamento che andava
contro ciò che descriverei la mia indole di atleta e cioè
la lealtà, ero scioccata di dover constatare quanto noi atleti fossimo
dei bersagli facili da colpire:
un caso costruito, un giornalista che annusa lo scoop e chissà quale
altro retroscena e tutt'a un tratto non conta più la verità,
ma conta ciò che la gente crede e come la gente ti percepisce.
Il pensiero che con tanta leggerezza qualcuno mi avrebbe potuto privare
della mia storia mi ha fatto inorridire.
Oggi, se pur con molta fatica, mi sono riappropriata della mia storia (anche
se ogni tanto qualcuno cerca ancora di metterci su le mani), ed è
in questo senso che non penso nemmeno al numero di anni di vita che fino
ad oggi ho accumulato.
Finché ci sarà permesso di progettare al meglio, per provare
a raggiungere gli obiettivi sportivi che abbiamo concordato, anno agonistico
dopo l'altro, ci farà piacere provare a smentire le teorie che dicono
che dai trent' anni in poi avviene un degrado fisico che impedisce prestazioni
di altissimo livello.
A differenza dei tempi passati, lo sport oggi può essere una vera
professione che, con dignitose risorse economiche per gli atleti, può
essere praticata più a lungo. La decadenza della prestazione, si
può sicuramente rallentare applicando teorie dell'allenamento sofisticate
che comprendano all'interno sensibilità ed attenzioni rivolte ad
una elevatissima tutela dell'atleta. Tutto ciò sommato a corretta
alimentazione ed adeguato recupero, a mio parere può permettere di
prolungare la carriera finché esisteranno motivazioni dal punto di
vista mentale.
Carissimo direttore, a questo punto devo ringraziare la mia amica Silvia Guerriero
per la fiducia e per la forza con cui mi ha difeso fino a tranquillizzarla.
Devo confessarle inoltre che anch'io, quel sabato 21 Luglio 2001 ero piuttosto
turbata da tutta questa situazione piuttosto complessa:
la finale dei 1000 metri del Campionato Europeo, che tanto avrei voluto
vincere per fare felice i miei tifosi facendo suonare l'Inno di Mameli,
almeno una volta, in una grande manifestazione in Italia, la copertina con
la mia fotografia (forse l'unica della mia carriera) in una grande rivista
sportiva come lo Sport Week, un articolo con una richiesta accorata, più
che un'accusa, di premura nei confronti degli atleti da parte degli organi
sportivi federali.
Forse faceva lo stesso se non avessi vinto, anche perché per una
rivista così vicina agli sport minori, a quelli di fatica, è
sicuramente più importante fare percepire agli sportivi, la passione,
l'abnegazione, l'impegno e gioia e struggimento degli atleti, a prescindere
dal risultato. O no?
Con affetto.
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